EXHIBITIONS


“Nevi-Lave”: metafore o allegorie di colori bianchi e neri. Poche tele, tra un percorso in cui si annusano o intravedono tracciati di segno e silenzio, di suono e di spazio. I bianchi come nevi lucenti, solari o lunari, su neri ardenti, su lave asciugate dal tempo o su pietre e rocce (o)scure. Leggere simmetrie o impalpabili assimetrie su superfici ruvide e secche, che sanno d’abisso e di cenere. Ma anche molteplici dettagli e saturazione dello spazio della tela nera, tra densità e labirinti, tra microstrutture e interrogativi che l’occhio si chiede di continuo in un tempo sospeso a cogliere sensi e significati, analogie e pensieri, risposte o ricordi nascosti tra la veglia e l’inconscio.








NIHON NO ENIKKI
 Japanese Diary (2006/13)

22 fogli di un diario non verbale “disegnato” in Giappone: 22 giorni simbolici, una durata temporale in cui si racchiude, condensata, l’essenza del mio soggiorno a Tokyo nel 2006, tra grafismi familiari e immaginari nipponici assai personali, tra frammenti di partiture improbabili e schemi strutturali di composizioni future, tra riflessioni e annotazioni sonore work in progress e sperimentazioni visive influenzate certamente da anime e manga, ma anche da esplorazioni di pittografie e iconografie maya/azteche, provenienti da un primo contatto distratto ma appassionato - fin dall’anno precedente alla residenza a Tokyo - con la cultura messicana. “Diario Giapponese” è un documento personalissimo, ma anche una preziosa bozza di input creativo alla ricerca di una possibile struttura concettuale di una graphic novel attualmente in fase di ideazione.




MUMONKAN (The gateless barrier)
per flauto shakuachi (2006)

Composta originariamente per shakuachi – ma interpretabile anche con altri strumenti a fiato – Mumonkan è ispirata all’omonima scrittura Zen. Ideata e realizzata durante la residenza Canon Foundation presso Tokyo University of Fine Arts and Music come visiting artist e ricercatore in musica tradizionale giapponese, la composizione è dedicata al grande interprete di shakuachi Sensei Christopher Blasdel Yohmei. Senza voler imitare sonorità asiatiche o ripercorrere immaginari esotici New Age o pseudo nipponici, il lavoro intende osservare lo shakuachi da una prospettiva occidentale, ma inglobando in maniera creativa tecniche esecutive proprie dello strumento e principi estetico-filosofici Zen. Alle 48 sezioni dell’originale Mumonkan corrispondono 48 frammenti sotto forma di carte, che l’esecutore, appena entrato in scena e dopo averle mescolate, dispone per la lettura in una sequenza orizzontale, come una partitura. L’assetto imprevedibile dei frammenti metterà a dura prova il flautista, il quale, non potendo conoscere a priori l’ordine delle carte, è sfidato a “ri-comporre” in tempo reale l’opera in qualsiasi modo siano disposti i frammenti. Ma per far ciò, si trova di fronte ad un grosso limite (in realtà uno stratagemma esecutivo ed “energetico”): dovrà dare compiutezza espressiva e continuità grammaticale alla composizione, attraverso inalazioni ed esalazioni uniche e mai interrotte, incontrollate o distratte, anche se di velocità e durata variabile, secondo la propria fisiologia e gusto estetico. Le inalazioni saranno espresse da pause/silenzi che introducono o seguono le esalazioni, ovvero i momenti di vera e propria presenza sonora dell’interprete col proprio strumento.

True cross-cultural understanding of non-western music, I find, involves a certain kind of personality that is able to quietly observe and absorb the essentials of a culture both subjectively and objectively. It also requires a discipline and master of the particular métier.
Angelo Sturiale, I believe, has both. Near the end of his residency in Japan, he composed a solo shakuachi piece for me, entitled “Mumonkan, the Gateless Barrier”. This piece consists of red and black symbols meticulously drawn on 48 fragments of paper. Each symbol indicates a pitch direction and length, but it is up to the performer to decide which pitch and exactly how to execute the timing. The individual cards are shuffled and laid out in front of the performer: each performance is different, according to how the cards fall.
This piece fascinated me, since it allowed the performer much leeway in creating the piece while providing structure and guidance. It also impressed me in how Angelo was able to take a very Japanese concept, like the Zen “Mumonkan” concept (one interpretation of the gateless barrier is the quotidian workings of the rational mind which prevents us from seeing the larger, more spiritual picture) and successfully incorporate it into a piece for shakuachi, which also has much connection with the Zen tradition (another interpretation of a gateless barrier is the breath).

Christopher Blasdel Yohmei


BYE BYE JAPAN (2006)


Documento o souvenir, materiale o studio di riflessione teorica per usi futuri, bozza di applicazione per cartoon o videoarte, o altro ancora o persino nulla di tutto questo. 
E’ speculare al lungo disegno di 22 pagine del “diario giapponese”: nella lettura da sinistra a destra, nel tentativo di voler invitare il lettore a perdersi tra i segni e dettagli che provengono dalla carta ideale o frames del video, in senso sincronico e diacronico. 
Girato mediante un primigenio modello di videocamera con bassissima risoluzione e tecnologia assai basilare, il video intende fornire occasioni di visione “altra” del materiale visivo a partire da tali limiti tecnici ed estetici: gli oggetti e i segni infiniti che appaiono e si dissolvono dalla cornice della finestra del treno da cui sono state registrate le immagini, intende incuriosire e sedurre l’occhio, provocare voyeurismi latenti, stimolare nei lettori ricordi personalissimi ed analogie legate ai (loro) viaggi e addii da soggiorni o residenze estere assai felici o assai tristi. 
“Bye Bye Japan” dunque come metafora ironica di tutti gli adieux, come forma di congedo definitivo da un luogo o da un amore, come irrefutabile evidenza di promessa di abbandono perenne e irreversibile di una parte di sé, da un tempo e spazio emotivo o geografico da calpestare e rimuovere dalla propria memoria.


STANZA D'ARTISTA - Catalogo delle Pietre (2013)
Catania Art Gallery, Italy
13-20 september 2013


Mammut Art Space
dal 15 febbraio 2013 al 21 marzo 2013

HORROR VACUI è il titolo che da nome alla mostra e la tematica “nascosta” che lega questa nuova produzione del compositore e artista visivo siciliano che si snoda attraverso nove tele nere disegnate da inchiostri rigorosamente bianchi. 
Come spesso accade in altri lavori di Sturiale, la relazione tra la composizione musicale e quella grafica è presente anche in questa mostra, in cui la “paura del vuoto” dei supporti neri è esorcizzata e negata attraverso lo scrupoloso e spesso ossessivo riempimento grafico, volto a obbligare indirettamente l’osservatore alla contemplazione dettagliata dei segni e delle loro fantasiose articolazioni micro e macro strutturali. 
Le opere di grande impatto visivo per il forte contrasto nero e le minuziose e stratificate linee realizzate solo con l’uso esclusivo di penne a inchiostro bianco, sarà aperta al pubblico dal 15 febbraio al 21 marzo 2013.
Le tele hanno le dimensioni di cm150x50



SUONI DA DECIFRARE
Sperimentazione e fantasia 
nelle partiture musicali di Angelo Sturiale
Catania, Feltrinelli - 2/29 ottobre 2012



photo Damiano Meo


La mostra "Suoni da decifrare" comprende ventuno pagine estratte da partiture musicali del compositore catanese Angelo Sturiale, la cui ricerca è contraddistinta dall'invenzione di sistemi di notazione musicale non convenzionali. Gli spartiti in esposizione, scritti per varie formazioni strumentali e vocali, non sono solo opere grafiche da apprezzare esteticamente per la loro affascinante complessità e cura dei dettagli, ma rappresentano, prima di tutto, codici o mappe da decifrare secondo apposite legende che rivelano all'interprete nuovi significati di segni e simboli legati all'esecuzione musicale.
L'esigenza di inventare nuovi linguaggi musicali da scrivere ed interpretare con strumenti acustici - racconta Angelo Sturiale - è per me intrinsecamente legata all'idea di reinventare continuamente le maniere di relazionarmi con la realtà del mondo e le sue contraddizioni attraverso la musica. Scrivere nuove forme di organizzazione del suono non costituisce solo una necessità creativa, ma nutre pure quelle parti di me da cui scaturiscono sogni di nuovi scenari e consapevoli fughe dalla realtà oltre che incontenibili desideri di utopia.

photos Rossella Sturiale





Non si può spiegare a parole né descrivere in una lista di cose o atti la sequenza che porta a riconoscere l’inizio e la fine di un disegno. È una combinazione di fattori, di sinergie, di elementi logici e irrazionali, di temperature interiori ed esteriori, di umori, di casualità, di estremo calcolo e meccanica muscolare che fa sì che un insieme di tratti ordinatissimi alla vista prenda corpo su una superficie cartacea. È questione di sistema, di chimica, di fisica-chimica, di binomio perfetto tra carta e penna, tra inchiostro e colore, tra curve e rette, tra meditazione e caos mentale, tra precisione e abbandono, tra istinto e rigore.
Angelo Sturiale è un artista poliedrico, un compositore e un poeta. Egli è un onnivoro ricercatore di armonie.
L’arte di Angelo Sturiale si nutre solo di se stessa e della propria ossessione, nasce da un autentico principio di <<necessità interiore>>. Ed è viscerale perché, scevra dalla compiacenza della mimesi della tradizione culturale occidentale, conduce alla sorgente dell’azione creativa ed alla selvaticheria delle pulsioni.
La storia dell’arte è storia dell’intensità e ossessione è la parola-chiave per rimemorare, trasfigurare e sopravvivere senza altra finalità che il proprio registro esistenziale. La <<mitologia individuale>> di un artista, parafrasando Harald Szeemann, è un luogo spirituale ed esclusivo in cui il singolo pone quei segni, simboli e segnali che per lui significano il mondo: un tentativo di opporre al grande disordine del mondo il proprio ordine immaginario, che nasce sempre da un’ossessione, da una necessità compulsiva di creare al servizio di un percorso interiore.
La ricerca di Angelo Sturiale nel campo della musica si contraddistingue per la sua indagine sulla relazione tra segno e suono. A partire dalla paziente pratica manuale di scrittura su pentagramma, Angelo Sturiale sviluppa una poetica del disegno che si emancipa dalla referenzialità sonora e dalle funzionalità solitamente legate all’esecuzione musicale.
Le sue opere nascono dall’esclusivo uso di penne ad inchiostro e supporti bianchi o neri: l’artista compone, scompone e ricompone architetture, geografie e paesaggi interiori, sapientemente intessuti in forme ideogrammatiche e grovigli magmatici e filamentosi. Segni rapidi, calligrafie arabescate e ghirigori labirintici costruiscono griglie instabili che si espandono senza confini. Non vi è centro né gerarchie: un disegno all over (a tutto campo), denso fino alla adiastematicità (assenza di intervalli), dove il dettaglio fino al cesello è la prima cosa che si coglie.
La lezione dell’Oriente fa il resto: dall’arte giapponese deriva la visione priva di prospettiva, la fluttuazione delle figure nello spazio, la ricerca dell’asimmetria della composizione, il vuoto (come pienezza del nulla) al centro della tela, l’abbondanza della decorazione, i campi di colore piatto, la stampa in nero della tecnica xilografica.
“Seibutsu”, infatti, è un termine giapponese che significa “organismo, qualsiasi forma di essere vivente”. Le mappe di Angelo Sturiale sembrano respirare e vibrare sotto gli occhi dello spettatore. L’espansione organica ed incessante dei grafemi sul foglio suggerisce, in senso sinestesico, la propagazione di suoni nell’aria. Nonostante non vi sia alcuna sollecitazione acustica, i disegni di Angelo Sturiale costituiscono un invito alla ricostruzione mentale di un’opera visiva che implica anche un “sentire” musicale. Transcodificando la scrittura di crome e biscrome nei quattro spazi o nelle cinque righe di un pentagramma in significanti attinti da culture diverse, Angelo Sturiale è il compositore di un tracciato musicale destinato ad un orchestra inesistente all’orecchio ma poderosa all’occhio. 

Giusi Affronti



photos Giuseppe Castellucci






Penna e carta,
note e pentagrammi estesi a grafie,
ove energie e cataclismi si incantano e denudano.
Mi definisco e contengo solo nel tracciato dell’inchiostro.
Attraverso il suo movimento in uno spazio senza geografie,
solo con carta bianca o nero cielo. 
E’ il segno stesso che guida, sì, impazzito e rigoroso 
verso finestre spalancate, scenari da rivedere nascosti 
tra viscere e neuroni, irrazionali e coscienziosi tratti. 
Ricco di noi e voi, interpreto i confini di quelle linee e 
questi mari e alberi e biologie insondabili e tranelli. 
Perché vivo tra polisemie e abissi di fantasie. 
Ed i colori sono dentro i bianchi e i neri, ed i tempi 
e gli spazi ove forme e rebus dialogano e litigano, si 
prova ad indovinare e definire, ludico e filosofico sentire. 
E fisiologico intuire che l’amore e l’armonioso premere 
e rischiare fino all’osso la mano e gli occhi per ridare 
linfa e allegria a direzioni smarrite e stanche. 
Bimbo e vecchio insieme, saggio e grottesco lo scrutare 
insonne dei miei viaggi, il mio girovagare estremo tra le 
albe e notti, una tecnica tramandata a voce silenziosa.




Il 9 giugno alle ore 19, presso la galleria Nuova Officina d'Arte a Catania, in Via Firenze 137, Seibutsu Art Studio, in collaborazione con The Bohemian Gallery (Usa), presenta Scrittura del suono, personale di Angelo Sturiale.
Scrittura del suono, dal 9 al 23 giugno, rappresenta la prima retrospettiva in Italia della decennale produzione grafica di Angelo Sturiale, compositore e artista multidisciplinare siciliano la cui ricerca nel campo della musica si contraddistingue per il rapporto tra segno e suono, tra sistemi di notazione musicale non convenzionali e tecniche di composizione acustica in tempo reale.
Ed è proprio a partire dalla minuziosa pratica manuale di scrittura musicale su pentagramma, che Angelo Sturiale ha sviluppato gradualmente negli anni una poetica del segno e disegno che tende all'abbandono della referenzialità sonora e funzionalità solitamente legate all'esecuzione musicale. Si tratta di una ricerca che si traduce nella produzione di opere in cui l'uso esclusivo di penne ad inchiostro e supporti bianchi e neri si fa via via più complesso, articolandosi in forme linguistiche diversamente interpretabili.
Oltre all’esplorazione dei meccanismi di "musicalità senza suono e senza musica", attraverso il trasferimento in una forma di narratività meramente visiva, le mappe grafiche di Sturiale esposte inScrittura del suono ruotano attorno a un obiettivo/ossessione estetica, ovvero la fantasiosa transcodificazione della necessaria e irreversibile sequenzialità delle strutture formali di una composizione musicale ad una creativa e in un certo senso anarchica non-linearità dei tempi di osservazione. Non ultimo, nonostante non vi sia alcuna sollecitazione acustica, i lavori costituiscono un invito alla ricostruzione mentale di un'opera visiva che includa un “sentire” musicale.
Angelo Sturiale è un ricercatore d’armonie, un artista pluridisciplinare, un rabdomante nell’atavica rotta del codice binario dell’inchiostro su carta. Traccia il suo tragitto come lumaca sull’asfalto e raccoglie magma psichico, metabolizzandolo in riformulazioni e interpretazioni (Damiano Meo).
I “seibutsu” di Angelo Sturiale, rigorosamente in bianco e nero, sono coloratissimi! Si sentono suoni che non si odono. Tutta la sua produzione visiva è immaginario sonoro in atto… Nel silenzio. Angelo materializza, trasforma, plasma l’energia con la leggerezza e la precisione di una lucente e risonante lama. Lama che veloce crea, fendendo l’aria con il suono del metallo (Mario Garuti).





INCIPIT PER ASTRAZIONE a mio fratello Angelo
di Giusy Sturiale

Si parte sempre da qualcosa. Un'idea, un pensiero o un sogno. 
Ecco, un giorno un ragazzo aveva un sogno: voleva viaggiare a colori. 
Era d'estate, fuori il sole bruciava i contorni e nella stanza in penombra lui decise di scrivere una lettera. Aveva una speranza, raggiungere nel colore una dimensione e toccare così la giusta nota. Quella lettera aveva un destinatario, una donna che forse lo avrebbe potuto aiutare, e se lo avesse ospitato nel suo paese, lui avrebbe potuto far vivere almeno un colore. 
Non passò molto tempo che la risposta giunse aspettata. Aperta la lettera solo il nero di un no emerse da quelle parole in sequenza e niente altro. 
Spesso i nostri attimi non sono esattamente uguali a come ce li aspettiamo, e se poi abbiamo un sogno ogni istante vorremmo fosse quello giusto per realizzarlo. Non è così. Noi scegliamo un percorso, una strada davanti lunga e dritta o tortuosa e breve. La vita invece sceglie l'istante. E poi ci sono gli istanti che non arrivano mai. Ma quella è un'altra storia. 
Quel ragazzo aveva sempre il suo sogno e che quella donna avesse rifiutato l'ospitalità contava ben poco. Nella sua pagina bianca lui continuava a scrivere, tracciava i contorni di colori e suoni e un passo dopo l'altro avanzava. 
Forse i momenti arrivano quando è il momento. E' solo che l'uomo nella sua limitatezza ha sempre voglia di una certezza. Quel salto nel vuoto gli fa paura, vuole conferma che qualcuno lì sotto lo prenderà in braccio appena arriva. Ma quel ragazzo aveva il suo sogno, era sempre quello, sempre lo stesso. E così si preparò, pensava che per fare quel salto occorreva studiare, sì per lanciarsi nel modo giusto, che cosa o chi ci fosse lì sotto che importanza poteva avere. 
Era passato tanto tempo da quel pomeriggio d'estate seduto al tavolo a scrivere una lettera. Ma che strano, era sempre estate tutte le volte ogni volta che si metteva in viaggio. E ogni viaggio un colore diverso. Era questo il suo sogno. Ma quei colori erano ancora e solo musica, era ancora quello il suo sogno? Forse strada facendo non ci si accorge che il sogno cambia, si rimane aggrappati all'idea e frattanto cambia tutto. E' come un fiume, si sta a guardarlo per ore scorrere davanti tutto uguale, sempre lo stesso. Se solo si facesse un passo avanti o lo si percorresse tutto un passo dopo l'altro, sarebbe diverso. Dove rimane quell'uguale? Quello è passato, e non è rimasto più niente. E quel ragazzo aveva un sogno, ma a passi lenti era avanzato e alla musica adesso, nel suo adesso, c'era anche un tratto. Come di una penna che scorre sola a disegnare contorni. E' foglia per chi vede foglia, è città per chi vede città. E ancora, albero, spiaggia, farfalla, merletto o un volto. 
Tutto è ciò che vogliamo che sia.