ARTWORKS


IL TEMPO DEL DISEGNO

Quasi sempre la fuoriuscita armonica e definitiva di un disegno dipende dalla qualità del tempo impiegata nel portarlo a termine. Il "tempo esatto" dei segni e della loro delineazione/figurazione non può che essere il tempo "interno" della superficie in cui esso si spende, offrendosi all'osservatore nel suo risultato finale. Altri tempi, premure, fretta, rallentamenti esterni alla logica, imprevedibilità ed intangibilità del disegno stesso, se ascoltati e assecondati, portano inevitabilmente alla deformazione negativa e consequente distruzione della naturale ideazione e sviluppo formale dell'opera/creatura che ci si appresta a far nascere e accompagnare nella sua libera esistenza.



LA MECCANICA DEL DISEGNO 
luglio 2012 

Non si può spiegare a parole, né descrivere in una lista di cose o atti, la sequenza che porta a riconoscere l'inizio e la fine di un disegno. E' una combinazione di fattori, di sinergie, di elementi logici e irrazionali, di temperature interiori ed esteriori, di umori, di casualità o di estremo calcolo e meccanica muscolare che fa sì che un insieme di tratti ordinatissimi alla vista prenda corpo su una superficie cartacea. E' questione di sistema, di chimica, di fisica-chimica, di binomio perfetto tra carta e penna, tra inchiostro e colore, tra curve e rette, tra meditazione e caos mentale, tra precisione e abbandono, tra istinto e rigore. E ancora simmetrie cerebrali e sfasate geometrie tra il pollice e l'indice e la mano tutta che si infrange sul foglio fisico e ideale. L'ostacolo dei grumi cartacei sposati con le fluttuanti discese di nero liquido tra i bianchi figurali e astratti che solo dal foglio possono nascere e morire. Tutto questo e tanto altro ancora è intravedere entro se stessi le dinamiche del segno e del disegno. E' una questione di aperture e crolli e i suoi speculari serrature e ceselli graduali e sistematici. E' la mano che comanda quando bisogna cedere al dionisiaco piacere di imbrattare e ripulire. La ragione del cuore che invoglia l'energia del braccio destro ad incanalarsi in un tunnel di serena allegria, di pace col passato, di fede nel futuro.


Penna e carta,
note e pentagrammi estesi a grafie,
ove energie e cataclismi si incantano e denudano.
Mi definisco e contengo solo nel tracciato dell’inchiostro.
Attraverso il suo movimento in uno spazio senza geografie,
solo con carta bianca o nero cielo.
E’ il segno stesso che guida, sì, impazzito e rigoroso
verso finestre spalancate, scenari da rivedere nascosti
tra viscere e neuroni, irrazionali e coscienziosi tratti.
Ricco di noi e voi, interpreto i confini di quelle linee e
questi mari e alberi e biologie insondabili e tranelli.
Perché vivo tra polisemie e abissi di fantasie.
Ed i colori sono dentro i bianchi e i neri, ed i tempi
e gli spazi ove forme e rebus dialogano e litigano, si
prova ad indovinare e definire, ludico e filosofico sentire.
E fisiologico intuire che l’amore e l’armonioso premere
e rischiare fino all’osso la mano e gli occhi per ridare
linfa e allegria a direzioni smarrite e stanche.
Bimbo e vecchio insieme, saggio e grottesco lo scrutare
insonne dei miei viaggi, il mio girovagare estremo tra le
albe e notti, una tecnica tramandata a voce silenziosa.









































Le note
 di Sturiale
 diventano 
disegni
a cura di Carmelo Strano

In "Lacrimae" di Sylvano Bussotti potevi leggere la partitura cominciando da qualsiasi rigo musicale per poi continuare con altrettanto capriccio. In Angelo Sturiale, che tanto ammira il più anziano collega fiorentino, la performance (azione, ecc.) parte dalla notazione. In anni recenti, il compositore catanese, ti costringe ad entrare nel suo mondo scritturale visivo-sonoro. Proprio così: dapprima visivo e poi sonoro. Non esiste la griglia precostituita del pentagramma, né in senso strutturale né nel senso semantico.
Il sistema del 42enne musicista è fatto di visioni "tecniche", di simboli, anche multiculturali, sovrapposti e giustapposti. Innanzitutto simboli sincretisti mutuati da vari ambiti disciplinari. Ma forse il sistema di Sturiale non esiste. Per la semplice ragione che esso viene inventato a ogni composizione. Un caso di esasperazione post-neoavanguardistico? Non starei qui a scriverne, se così fosse. E' un sintomo forte della nuova condizione progettuale connessa con la nostra epoca di "unimplosiviness", di tensione incessante a formare equilibri instabili. La conclusione? E' che non puoi darti griglie di riferimento costanti. Chi vuole posare crome e biscrome nei quattro spazi o nelle cinque righe e magari sbizzarrirsi andando sopra e sotto, ben legittimato a farlo. Altrettanto lo è chi, cosciente del nuovo tempo "post" tutto (avanguardia, postmodernità), si inventa la vita. Resta chiaro allora che Sturiale non sta proponendo una rivoluzione, né di "temperamento" né di dodecafonia. Anziché proporre, si propone: come musicista (è anche pianista e direttore d'orchestra nell'ambito delle opere sperimentali) e come artista. Le due anime, visiva e sonora, colludono in senso sinergico nella scrittura musicale, ma in senso diacronico (momenti diversi) nei disegni a inchiostro.
Sono esposti, fino al 30 giugno, a Catania, alla Nuova Galleria Officina d'Arte (una collaborazione con l'americana Bohemian Gallery). Pentagrammi estesi a grafie, come dice l'autore, lungo circa 20 anni; o "spazi senza geografie". Racconti liberi, ora rarefatti, ora densi fino alla adiastematicità (assenza di intervalli), come fosse la scrittura "informale" di un altro catanese, Aldo Clementi, recentemente scomparso. Il dettaglio fino al cesello è la prima cosa che si coglie. Ma mirato a quale risultato iconografico? Aniconicità. Che tale, certo, non è per l'autore dei tracciati, dato che vive tra "polisemie e abissi di fantasie". Un tracciato che "suona" nella testa di Sturiale (Certo in un compositore tonale l'effetto sui suoi dipinti -Pennisi?, per restare in Sicilia- sarebbe figurale).
Dei suoi disegni Sturiale ricava proprio il suono in senso sinestesico che non ideale, come accade nel dipinto di Picabia "La musique est comme la peinture". In "Seibutsu" del 2003 le forme tendenzialmente filamentose si aggrovigliano delicatamente e respirano sotto gli occhi del fruitore e coinvolgono l'ambiente in questo loro ritmo dolcemente bradicardico. Una tessitura paziente, con esiti di apparente instabilità e inconsistenza che tanto sarebbero piaciuti a Fausto Melotti.

DiSegni
di Damiano Meo 

Due toni essenziali: un colore sottointeso. E scompigliante bisogno primordiale di rappresentare, percezioni. Che si accendono attraverso segni rapidi e rapiti, al giorno e alla notte, e lasciati bruciare - nell'instabilità potentemente armonica di una fiamma. Fino all'incenerimento, che diventa inchiostro. Su candida carta che viene sporcata, di esperienza, di fenomeno.
DiSegni, che infrangendosi teneramente con il mondo degli scarabocchi, sorvolano i labirinti di un ghirigoro psicologico, attraversando acrobaticamente la circonferenza tao, annusando la geometria della foto, sbullonando il videogame che vorrebbe prendersi gioco del giocatore. Si potrebbe semplicemente definirli paesaggi interiori ed ulteriori, trasvolandoli. Ma è l'esteriore invece che - dal Giappone al Mexico, dal microchip alla scultura Azteca - s'inalvea nell'individuo, per divenire vissuto e per trasmutarsi in vivente.
L'uomo non può prescindere dall'uomo, nell'ormeggiare e nello svanire delle orme. Con onestà, per presentarsi nella nudità di un velo. E con coraggio, per decorarsi e decodificarsi nel silenzio di una meditazione, esponendosi. E riflettendosi in forme ampie e dinamiche, immergendosi in un contenitore dal contenuto incontenibile: seibutsu - dal giapponese - ingloba il significato di qualsiasi forma di essere vivente. Ogni organismo è un paesaggio ed ogni paesaggio è un organismo, mutevole, ad un tratto. Che si lascia contenere dallo sguardo che lo adotta, acclimatandosi come se fosse a casa.
Esorbitando stili e transcodificando linguaggi, i DiSegni non dimostrano imponente aggressività: non è quello il loro scopo. E quest'ultimo non lo gridano, perché non reputano opportuno farlo. Traspaiono, con la pressione di un sottile ed intenso tratto, sul vuoto, in un riempimento, sussurrato. Quando in un frullatore di tinte schiumanti ci si è dimenticati -forse- di pesare l'essenza.

IRREGULAR MANDALAS 
drawings (2008) 

Volendo omaggiare la tradizione buddista del mandala, ma dalla prospettiva di un "imperfetto" ewabisabi come me, la mano mi porta là dove vuole il segno e il suo disegno. Da lontano regolari, da molto vicino svelandone le irregolarità e asimmetrie, creo questi mandala, quasi come a voler esprimere col segno ciò che avviene quando osserviamo da lontano e giudichiamo o idealizziamo i ritratti dei nostri simili: ma poi ci si accorge che da vicino è tutt'altra cosa! Un esercizio di analisi visuale certamente divertente, ma che rimanda ad altro. L'immagine nel foglio come rispecchiarsi l'anima e denudandosi i difetti e le virtù ci si "sente" meglio con se stessi ed il mondo. Un documento messicano, testimone del mio soggiorno e viaggio dentro le viscere disperatamente innamorate della mia esistenza.


JAPANESE DIARY
drawings (2006)

Da compositore ospite alla Tokyo National Univeristy of Fine Arts and Music, nel 2006, anno "terribilis" emotivamente, un resoconto segnico per 22 giorni di un tracciato giornaliero in cui unica ossessione estetica era il Messico visto dal mio giapponesizzare incoerente e distratto. Ma nella grafica restituivo al foglio la mia passione latina e il mio rigore nipponico: dentro e fuori il mio loculo-abitazione a Ueno Park (Tokyo) cadevo e ricadevo tra le acque della mia "desesperación", per stare così lontano dal mio amore e amare. Da questo e tanto altro ancora indicibile (y olvidado) nasceva il mio Diario giapponese. Un grazie alla Canon Foundation.












Quella musica un tempo costituiva il linguaggio occulto dei 
suoi amori. Ma non essendoci ormai più sentire o ardire, non 
ha più ragion d'esistere quell'opera: la sua assenza
non è più dramma né patema. Al suo posto c'è semmai 
il disegno paziente e statico, bidimensionale, che soppianta
profondamente i suoni e lo strumento musicale. Il dinamismo
e precario esistere di note e strutture sonore non può più
farsi onda, quando tutto fuori non sa più d'amore e di te.
Ma è nell'assenza proprio che si fa presente, che si impone
il gesto tracciato e fantasioso, il percorso in bianco e nero
e le mille anime sepolte che il suo dimenticarmi ha ormai 
trasmesso in bilico a chi si annienta e stabilisce in traiettorie
di passione e fulgore. E allora tutto si ridefinisce: il colore è 
solo evocato nella mente di chi osserva e si sofferma nella
superficie del quadro completo che è la vita e il suo disegno.
Bianco e nero come colori inesistenti che vogliono solo 
l'oggi, che tracciano una luna e cento soli luminosi, come
le rivelazioni che le penne da se stesse attuano, incandescenti.
Si dice che quando si passa la linea sul foglio, non sovviene
nulla, non ci si immagina forma o dimensione, non si 
delinea nella mente alcuna idea o figurazione. Che tutto
si costituisce senza alcun programma: è la mano con
l'inchiostro che vanno insieme dove segue il percorso
innominabile dell'invenzione, un aspetto della creazione
naturale, una ideologia che si impone su di me, anche
senza comete o geografie. Disegnare è come la dura lotta 
per la vita. Vuol dire prendere decisioni ed imparare
dagli errori, deformare il proprio passato per ridefinire i
molteplici sensi del futuro. E gli dicono pure dal cielo e dagli
abissi del cuore, che quando si tracciano i sentieri d'inchiostro
non si prova più paura, ma neppure più tanta sicurezza!
Perché segnare è perdersi tra un peso e l'altro della bilancia
orientale. È uno scomparirci dentro, lontano da tutti, solo
con la mano e l'indice concettuale che circoscrive aree di 
energie e di fuochi maldestri, le conchiglie disseminate, i
tavolini ricolmi di sabbie, le posate che addentano sapori
asiatici e vecchissimi. Segmentare zone di disegno o 
assecondare linee e curve d'immediato è come dover 
prendere scelte d'impeto, dove non è importante il cosa
ma il momento, ed è fondamentale pure il senso di non-giudizio
che la carta e i pubblici mentali irrorano col loro effimero
piacere, con la loro disarmante semplicità. Il foglio perciò non 
parla a nessuno, non dice nulla: nessuna teoria, nessuna 
strategia di azione o pensiero. È solo fluire, agire, respirare
dalla vita e spontaneità suprema, è la sua natura quella
di non farsi piacere, di non guardarsi riflesso sul lago
narciso, sulle acque della fama o del successo. Per questo,
dopo tempi di incessante nomadismo e capriole che nel
tempo si ascoltavano e perdevano, dopo stagioni accese di
indeterminismo estremo, adesso i segni trovano casa: le due
dimensioni statiche e frontali si solidificano, cercano una
prigione estetica, i germogli si aprono al mondo e all'armonia
di petali e spine, di cieli e gabbie. Una perenne primavera!

GRANDE FANTASIA 
(variazioni infinite)

The composition, a sort of piano reduction, is based on a graphic scheme to be interpreted by other composers as a structure for new ideas of orchestration.
Free to choose any combination of instruments, composers are asked to re-write the entire score using personal ideas regarding pitches, rhythms and sound volumes.






GRANDE FANTASIA's video-score
performed/interpreted by
Quartet Twentytwentyone Lithuania (2009)

Arturas Bumsteinas - midi keyboard, 
Lina Lapelyte - objects, 
Antanas Dombrovsky - laptop, 
Vilius Siaulys - laptop, guit. effects. 


GRANDE FANTASIA's original score

"re-interpreted" by the photographer Damiano Meo ("Concertuality")